Archivio per la categoria ‘Filosofia’

Re-call to action

AMpFri, 11 Apr 2008 03:23:44 +000023VenerdìUTC 3, 2008

Socrate: «Dimmi o Gorgia, esistono le arti?»
Gorgia:«Sì»

S.:«Fra tutte queste alcune hanno per oggetto soprattutto il lavoro e non hanno bisogno che di poche parole; certe, anzi, non ne hanno affatto bisogno, tanto è vero che possono realizzare il proprio scopo in silenzio, come, ad esempio, la pittura, la sculture e molte altre. Sono queste che secondo te non hanno nulla a che fare con la retorica, o no?»
G.:«Hai afferrato benissimo il mio pensiero»

S.: «Vi sono, invece, altre arti che realizzano il proprio scopo solo mediante la parola e che, diciamo, non hanno alcun bisogno di lavoro o di pochissimo, come ad esempio, l’aritmetica, il calcolo, la geometria, la scacchistica (ndb: forse si intende di una forma di calcolo delle probabilità): in alcune di esse la parte che hanno i discorsi è quasi uguale a quella che ha l’azione, mentre in molte il discorso ha il sopravvento, tanto che la loro azione e il loro effetto totalmente si risolvono nei discorsi, come la retorica.»

Call to action

AMpFri, 11 Apr 2008 02:25:59 +000025VenerdìUTC 3, 2008

In un testo costruito con paragrafi autonomi,

più isolati nello spazio,

si moltiplicano anche i punti di attenzione

in particolare l’inizio e la fine

Il problema di un buon incipit e di una fine che si lasci ricordare va affrontato ogni volta, ma anche ben sfruttato per collocarvi

  • le parole più forti
  • i vantaggi di un prodotto
  • una call to action
  • un’emozione

Prenderemo come esempi alcuni enunciati che non possono rientrare in nessuna della categorie grammaticali finora riconosciute, tranne che in quella di «asserzione».
Avranno tutti verbi coniugati alla prima persona singolare del presente indicativo attivo.
Si possono dunque trovare enunciati che soddisfino queste condizioni, e tuttavia tali che:

  1. non «descrivono» o «riportano» o constatano assolutamente niente, cioè non sono «veri o falsi»;e
  2. l’atto di enunciare la frase costituisce l’esecuzione, o è parte dell’esecuzione, di una azione che peraltro non verrebbe normalmentedescritta come, come «soltanto» dire qualcosa

Esempi:

  1. «Sì (prendo questa donna come mia legittima sposa)» – pronunciato durante una cerimonia nuzionale
  2. «Battezzo questa nave Queen Elizabeth» – pronunciato al varo di una nave
  3. «Lascio il mio orologio in eredità a mio fratello»
  4. «Scommetto mezzo scellino che domani pioverà»
  5. (ndb: si sa che gli inglesi scommettono su tutto ma scommettere su un evento come la pioggia in un paese ad alto tasso di piovosità significa avere la vittoria sicura. Sarebbe stato ancora più inglese, più ‘humouristico’ scommettere sul fatto che piovessero…scellini).

    In questi esempi risulta chiaro che enunciare la frase (in circostanze appropriate) non è descrivere il mio fare ciò che si direbbe io stia facendo mentre la enuncio o asserire che lo sto facendo:

    è farlo

    Come dobbiamo chiamare frasi ed enunciati di questo tipo?
    Propongo di chiamarlo «un performativo»:
    il nome deriva da perform[eseguire],
    il verbo usuale con il sostantivo «action»: esso indica che il proferimento dell’enunciato costituisce l’esecuzione di una azione – non viene normalmente concepito come semplicemente dire qualcosa

How to Do Things with Words: Lezione I: Performativi e Constativi

AMpTue, 08 Apr 2008 06:34:12 +000034MartedìUTC 3, 2008

Per troppo tempo i filosofi hanno assunto che il compito di una «asserzione» (assertion) possa essere solo quello di «descrivere» un certo stato di cose, o di «esporre un qualche fatto»

Gli studiosi di grammatica, invece, hanno sempre fatto notare che non tutte le «frasi» sono usate per fare asserzioni: ci sono comunemente, oltre alle asserzioni, anche domande, esclamazioni, frasi che esprimono ordini o desideri o concessioni.

Un’asserzione dovrebbe essere «verificabile»: Kant, forse per primo ha dimostrato che molte «asserzioni» sono dei nonsensi, nonostante l’ineccepibile forma grammaticale

Noam Chomsky:”Idee verdi incolori dormono furiosamente…”

Tuttavia persino i filosofi pongono alcuni limiti alla quantità di cose insensate che sono pronti ad ammettere come “vere”.

Occam:”Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem”

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